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Con una particolarità, come detto, da cinque anni a questa parte il tema è infatti indipendente: quest’anno  Art Oslo 529, Stivali classici alla caviglia Donna Black nero
, ogni anno si sceglie un santo e si cerca di creare un percorso particolare intorno alla sua vita. Per questa edizione la scelta è caduta sulla suora albanese, vista l’esperienza di don Marco in missione proprio nel paese balcanico. Un grest che ha l’appoggio completo anche dall’Amministrazione comunale, in particolare del sindaco Cesare Sambrici: « Vans Old Skool Scarpe da skater, Basse, Unisex, Adulto Canvas Gum True White/Light Gum
, i servizi dati ricadono infatti su tutta la comunità e sulle famiglie. Io poi sono cresciuto in oratorio e al grest, è una realtà che mi è particolarmente cara». Tutto per i ragazzi e per offrire ai giovani del paese, un punto di riferimento, un porto sicuro.

Il white paper di HPE contiene le indicazioni per capire la  convergenza  delle necessità di tipi
di utenze, di organizzazioni e dei relativi dipartimenti IT da un lato, e di utenti professionali e personali che appoggiano sull’infrastruttura mobile la propria attività e tempo libero.

Sono  utenti  ad alta consapevolezza tecnologica che lavorano e vivono immersi nelle comunicazioni mobili. E non tutte le aziende hanno un portafoglio aggiornato per gestire efficacemente delle reti wireless con tanti utenti, con client molto diversi tra loro e
con fruizioni di molti tipi diversi.

Ospedale Valduce - Storia

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    La storia dell'Ospedale Valduce comincia nel 1853, anno in cui Giovannina Franchi, nobildonna comasca, fondò, nella Contrada dei Vitani, una "Casa" di accoglienza per i malati poveri della città. Nel 1878 iniziarono poi i lavori per la costruzione di una casa "più consona alle necessità dei tempi", che consentisse un maggiore spazio di azione. Su una proprietà donata dal canonico Bernasconi, a levante del torrente Valduce, sarebbe infatti in seguito nato quel complesso di costruzioni che oggi ospitano l'Ospedale Valduce. Nel 1879 le sedici consorelle infermiere, guidate da Madre Giuseppina Pozzi, vi si trasferirono dalla Contrada dei Vitani, per proseguire, coerentemente allo spirito della fondatrice, a prestare "opera pia, indefessa, intelligente, caritatevole e sempre gratuita agli ammalati poveri della città". Con il passare del  tempo  aumentarono di pari  passo e vocazioni e le prestazioni: l'ospizio si trasformava sempre più in una struttura in cui, oltre all'assistenza, si offrivano ai malati cure più qualificate. Entrarono così  nella  Casa   "valenti  sanitari"   che  negli  anni  della  prima   guerra   mondiale  si prodigarono nell'assistenza dei feriti ospitati in quei 70 letti di cui la struttura allora disponeva. Nel 1922 si costituì una "Casa di salute" che venne dotata nel 1928 di una sala operatoria avente gli accorgimenti tecnico-scientifici che le  più  progredite  conoscenze del tempo, nell'arte medica e chirurgica, potevano suggerire. Iniziò così in quegli anni un'attività sanitaria assistenziale moderna. Nel 1 962, con  successivi  ammodernamenti, si  avviò la costruzione  dell'edificio   che rappresenta oggi il corpo centrale dell'ospedale e che nei suoi 8 piani accoglie i vari reparti.  La  realizzazione  dell'attuale, imponente monoblocco, sorto  arretrato rispetto a Via Dante e a filo di Via Santo Garovaglio, ebbe inizio nel 1963, sul terreno dove prima avevano sede vigna e giardino e la "Casa Ecclesiastica". Il nuovo complesso, che diede una configurazione del tutto nuova alla  Casa di Cura Valduce e che venne ultimato nel 1968, disponeva di 360 posti letto ed era dotato dei servizi necessari: laboratorio analisi, radiologia, terapia fisica ecc..., sia per i degenti interni all'ospedale che per i pazienti esterni. Svolta fondamentale  per  la  vita dell'istituzione  è stata la "Classificazione" del 1974, con cui la Giunta Regionale Lombarda ha attribuito al Valduce la qualifica di Ospedale Generale di Zona. In meno di 100 anni la struttura si è quindi  evoluta da casa  di assistenza ai poveri della città in ospedale moderno in cui, accanto alla cura dei malati condotta con sofisticate attrezzature, si coltiva con sollecitudine, così come aveva voluto Giovannina Franchi, l'attenzione amorosa per la sofferenza del malato.

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